micioMannaro

un ossimoro vivente

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KOBE L’ITALIANO
«In Italia ho imparato la passione per la vita, per la famiglia, per i figli. Per questo porto l’Italia nel cuore».
C’è anche questo valore aggiunto tutto ‘italiano’ in Kobe Bryant il più forte giocatore di basket dei tempi moderni, tornato a laurearsi ieri con i Los Angeles Lakers campione della Nba. Per lui è la quinta volta, e per i Lakers il sedicesimo titolo nella loro storia.
Ma nella folgorante carriera di Kobe Bryant, 32 anni, c’è anche per sua stessa ammissione qualcosa di italiano. Perché Bryant, anni, nato a Philadelfia e chiamato così dai genitori per la bontà del ‘kobe’, il filetto di bue massaggiato originario della omonima città giapponese, è figlio di quel Joe Bryant che dal 1984 al 1991 giocò in Italia a Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Il piccolo Kobe così dai 6 ai 13 anni è stato ‘italiano’, e poi che come tutti i bambini del mondo ha giocato a scuola e in strada a tutti giochi possibili.
Ma con questa differenza: qualunque cosa facesse, vinceva sempre lui. Negli sport era così bravo che, se fosse rimasto in Italia, avrebbe voluto tentare la via del calcio professionistico e tra i tanti campioni che in quegli anni militavano nel campionato italiano il suo ‘eroe’ era l’allora centrocampista del Milan Frank Rijkaard. L’amore per quei colori gli è rimasto, visto che tuttora Bryant junior si professa tifoso milanista. Nel 1991 la famiglia Bryant chiuse la sua esperienza italiana e rientrò negli Stati Uniti. Ma anche qui, come a Rieti o Reggio Emilia, qualunque l’adolescente Bryant facesse, vinceva sempre. Un talento assoluto, che portò presto a far emergere la squadra della Lower Merion High School dai sobborghi di Filadelfia alla notorietà nazionale.
Al punto che a soli 17 anni Bryant tentò, e trovò, la via dell’Nba, senza passare dai college. Oggi, 15 anni dopo, Kobe Bryant vanta 5 titoli Nba, una medaglia d’oro olimpica (Pechino 2008), 11 presenze nell’All Star Game e 2 titoli di Most Valuable Player della stagione (l’equivalente del pallone d’oro nel calcio). È con LeBron James (dei Cleveland Cavaliers) il giocatore-simbolo di questo decennio del basket Nba, oltre che un fuoriclasse paragonato a fenomeni del calibro di Michael Jordan e ‘Magic’ Johnson.
«Ma per me - dice con modestia Bryant - loro due sono stati i più grandi di tutti i tempi». Ribattezzato dai tifosi ‘black mamba’ per la sua capacità di fare magie in termini di pallacanestro, Kobe Bryant si è confermato nei fatti l’icona NBA, il MVP (Most Valuable Player) delle finali 2010, vinte dai Lakers contro gli storici avversari di sempre, i Boston Celtics. Ha accolto il titolo di campione del mondo tenendo in braccio le sue due bambine dagli italianissimi nomi Natalia Diamante, 7 anni, e Gianna Maria Onore, 4 anni. A loro ha voluto dedicare la vittoria, la determinazione con cui l’ha perseguita, la passione con cui l’ha raggiunta.
«Quanto sia importante vivere con passione l’ho imparato in Italia. La passione per la vita, per i figli, per ciò che fai. L’Italia avrà sempre un posto speciale nel mio cuore e ci torno appena posso». 

KOBE L’ITALIANO

«In Italia ho imparato la passione per la vita, per la famiglia, per i figli. Per questo porto l’Italia nel cuore».

C’è anche questo valore aggiunto tutto ‘italiano’ in Kobe Bryant il più forte giocatore di basket dei tempi moderni, tornato a laurearsi ieri con i Los Angeles Lakers campione della Nba. Per lui è la quinta volta, e per i Lakers il sedicesimo titolo nella loro storia.

Ma nella folgorante carriera di Kobe Bryant, 32 anni, c’è anche per sua stessa ammissione qualcosa di italiano. Perché Bryant, anni, nato a Philadelfia e chiamato così dai genitori per la bontà del ‘kobe’, il filetto di bue massaggiato originario della omonima città giapponese, è figlio di quel Joe Bryant che dal 1984 al 1991 giocò in Italia a Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Il piccolo Kobe così dai 6 ai 13 anni è stato ‘italiano’, e poi che come tutti i bambini del mondo ha giocato a scuola e in strada a tutti giochi possibili.

Ma con questa differenza: qualunque cosa facesse, vinceva sempre lui. Negli sport era così bravo che, se fosse rimasto in Italia, avrebbe voluto tentare la via del calcio professionistico e tra i tanti campioni che in quegli anni militavano nel campionato italiano il suo ‘eroe’ era l’allora centrocampista del Milan Frank Rijkaard. L’amore per quei colori gli è rimasto, visto che tuttora Bryant junior si professa tifoso milanista. Nel 1991 la famiglia Bryant chiuse la sua esperienza italiana e rientrò negli Stati Uniti. Ma anche qui, come a Rieti o Reggio Emilia, qualunque l’adolescente Bryant facesse, vinceva sempre. Un talento assoluto, che portò presto a far emergere la squadra della Lower Merion High School dai sobborghi di Filadelfia alla notorietà nazionale.

Al punto che a soli 17 anni Bryant tentò, e trovò, la via dell’Nba, senza passare dai college. Oggi, 15 anni dopo, Kobe Bryant vanta 5 titoli Nba, una medaglia d’oro olimpica (Pechino 2008), 11 presenze nell’All Star Game e 2 titoli di Most Valuable Player della stagione (l’equivalente del pallone d’oro nel calcio). È con LeBron James (dei Cleveland Cavaliers) il giocatore-simbolo di questo decennio del basket Nba, oltre che un fuoriclasse paragonato a fenomeni del calibro di Michael Jordan e ‘Magic’ Johnson.

«Ma per me - dice con modestia Bryant - loro due sono stati i più grandi di tutti i tempi». Ribattezzato dai tifosi ‘black mamba’ per la sua capacità di fare magie in termini di pallacanestro, Kobe Bryant si è confermato nei fatti l’icona NBA, il MVP (Most Valuable Player) delle finali 2010, vinte dai Lakers contro gli storici avversari di sempre, i Boston Celtics. Ha accolto il titolo di campione del mondo tenendo in braccio le sue due bambine dagli italianissimi nomi Natalia Diamante, 7 anni, e Gianna Maria Onore, 4 anni. A loro ha voluto dedicare la vittoria, la determinazione con cui l’ha perseguita, la passione con cui l’ha raggiunta.

«Quanto sia importante vivere con passione l’ho imparato in Italia. La passione per la vita, per i figli, per ciò che fai. L’Italia avrà sempre un posto speciale nel mio cuore e ci torno appena posso». 

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